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Il paese, sito sulle colline, che sono un proseguimento naturale dei Monti Cornicolani, domina, da 165 metri di altezza, la Valle del Tevere. Da qui, nei giorni limpidi, lo sguardo può spaziare verso Roma, di cui si vede il cupolone di San Pietro, verso il Monte Soratte, verso il Terminillo e verso Tivoli. Il toponimo, che deriva probabilmente dalla forma tondeggiante del colle sul quale venne costruito il nucleo primitivo di abitanti, risale all'età imperiale, quando veniva chiamato Campum Rutundum, che fa intendere ad un insediamento dedito all'agricoltura, trasformato successivamente in Castrum Rotundu, poi in Monteritonno ed infine in Monterotondo. Le sue origini sono da ricondurre all'antica Eretum, città sabina di cui hanno parlato molti storici antichi tra cui anche Plinio e Tito Livio. Nonostante le recenti scoperte archeologiche, che collocano la città di Eretum in località Colle del Forno, nel comune di Montelibretti, il sito dove sorgeva l'antica città non è stato ancora appurato con certezza. Ad Eretum ed ai recenti scavi archeologici dedicheremo un apposito capitolo. Va comunque ricordato che la memoria storica colloca Eretum nei pressi di Monterotondo, tanto che i suoi abitanti si chiamano tuttora Eretini.
Con la decadenza dell'impero romano e l'inizio delle scorrerie barbariche, il centro di Eretum fu abbandonato, distrutto probabilmente dai Longobardi e la popolazione si insediò più a monte. La prima citazione storica del luogo la troviamo nell'XI secolo in un documento in cui Papa Gregorio VII annovera la proprietà di Campu Rutundu tra i possedimenti del Monastero di San Paolo fuori le Mura. Con il nome di Castrum Montis Rotundi riappare poi in un documento del 1286, dove figura tra le proprietà della famiglia Orsini. Gli Orsini ne entrarono in possesso probabilmente sotto il pontificato di Papa Celestino III (Giacinto Pietro di Bobone 1191-1198), che concesse le proprietà, insieme ad altri feudi tra cui Vicovaro, ai pronipoti, figli di Orso Bobone che, abbandonato il cognome di Bobone, si fece chiamare dapprima Ursini, ed in seguito Orsini. Gli Orsini rafforzarono il loro potere con Papa Nicolò III (Giovanni Gaetano Orsini 1277-1280) i cui nipoti furono gli Orsini di Monterotondo. Clarice Orsini del ramo eretino della famiglia Orsini sposò addirittura Lorenzo de' Medici, detto il Magnifico (1468).
Gli Orsini vi fecero costruire il loro palazzo nobiliare, oggi sede del Comune. Per circa tre secoli gli abitanti di Monterotondo furono coinvolti nelle guerre tra le famiglie nobili romane ed in particolare contro la potente famiglia dei Colonna. Nel XVI secolo, durante il governo degli Orsini, fu emanato lo statuto del paese e nacque lo stemma del paese con raffigurati tre monti, Ereto, Cappuccini e Santa Maria, sovrastati dalla rosa a 5 petali degli Orsini.
Agli inizi del Seicento gli Orsini attraversarono un periodo di difficoltà finanziarie e furono costretti a cedere il feudo ai Barberini, che ottennero l'elevazione di Monterotondo a ducato. I Barberini avviarono una ristrutturazione urbanistica della città; abbellirono il loro palazzo, ampliarono la cinta muraria, fecero costruire il Duomo, dedicato a Santa Maria Maddalena. I Barberini, oberati dai debiti, nel 1699 cedettero la loro proprietà ai marchesi genovesi del Grillo, che a loro volta la rivendettero, nel 1814, a Luigi Boncompagni Ludovisi, duca di Sora. Nel 1845, Monterotondo ricevette da Papa Gregorio XVI il titolo di città, per le accoglienze festose ricevute dagli abitanti in occasione di una sua visita. Il feudo diventò quindi residenza di campagna dei Boncompagni e fu successivamente ceduto prima a privati e poi all'amministrazione comunale.
Nel 1867 il nome di Monterotondo passò alla storia per lo scontro tra le truppe pontificie e le truppe di Garibaldi. Garibaldi, intenzionato ad attaccare Roma, assediò Monterotondo, presidiato dagli Zuavi e fece saltare Porta Romana, rinominata poi Porta Garibaldi, costringendo le truppe pontificie alla resa, ma solo due giorni dopo veniva sconfitto da nuove truppe del Papa a Mentana.
Eretum
La scomparsa città di Eretum è citata spesso dalle fonti antiche e doveva essere anche una città di una discreta importanza. Secondo fonti risalenti al III secolo e riferite al geografo Solino, fu fondata dai Greci, prima che nascesse Roma e fu dedicata alla dea Era, regina degli dei greci, identificata spesso con la dea romana Giunone. Ciò spiegherebbe l'origine del toponimo Eretum.
Il poeta latino Virgilio, nella sua opera classica l'Eneide, parlava di Eretum come una delle città schierate a fianco di Turno, re dei Rutuli, nella sua guerra contro Enea. L'eroe greco Enea, approdato nel Lazio dopo la fuga da Troia, aveva ricevuto in moglie da Latino, re dei Latini, sua figlia Lavinia, nonostante fosse già promessa sposa a Turno. Turno infuriato mosse guerra a Latino ed Enea. Con Turno si schierarono varie città del Lazio, tra cui anche Eretum e Nomentum.
Eretum, era un insediamento dei Sabini, dislocato vicino alle sponde del fiume Tevere, a nord-est di Roma e, nell'età monarchica, partecipò attivamente alla guerra dei Sabini contro Roma. La città, vista la sua vicinanza con Roma, doveva rivestire un ruolo importante e di frontiera, tanto da venire spesso citata dagli autori e dagli storici antichi. Dionigi di Alicarnasso (I sec. a.C.) e Tito Livio (I sec. a.C.) riportano ripetuti episodi di guerra nei pressi di Eretum durante i conflitti con i re romani Tullio Ostilio, Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo. Livio riporta anche il passaggio di Annibale nel 211 a.C.
L'ultima guerra contro Roma terminò nel 290 a.C., quando i Romani, guidati dal console Manio Curio Dentato, riportarono una schiacciante vittoria contro i Sabini, catturando numerosi prigionieri e sottoponendo le città sabine al dominio di Roma. Iniziò così un processo di romanizzazione e di distribuzione di terre a cittadini romani. Il centro perse gradualmente di importanza con il passare degli anni, fino a diventare, nell'età imperiale, un villaggio in cui passava la stazione di posta della via Salaria. Successivamente fu abbandonato, probabilmente con l'inizio delle scorrerie barbariche, perché poco difendibile.
Dove si trova Eretum ?
Dopo la scoperta della necropoli di Colle del Forno, l'opinione prevalente degli esperti è che l'antico centro di Eretum sia nei pressi di tale necropoli, lungo la via Salaria, ma nel comune di Montelibretti. Va però precisato che al momento ancora non vi sono prove certe di ciò ed esistono ancora dubbi sulla reale ubicazione di Eretum. Varie sono state le ipotesi su dove sorgesse la città: si è parlato di Grotte Marozza (località vicino Monterotondo), di Cretone, ma le ipotesi più plausibili rimangono due: quella che la vede collocata sulle colline di Casa Cotta, adiacenti alla necropoli di Colle del Forno e l'altra che la localizza nei pressi di Via di San Martino a Monterotondo.
Gli storici Ashby agli inizi del 1900 e successivamente Ogilvie giunsero alla conclusione che la città, che doveva trovarsi alla confluenza tra la via Salaria e la via Nomentana, era da collocare nei pressi delle colline di Casa Cotta (nel comune di Montelibretti), senza averne però nessun riscontro archeologico. I ritrovamenti della necropoli di Colle del Forno confermerebbero questa teoria, come confermano la vicina presenza di un centro importante, ma ancora da scoprire. Nella zona, che è terreno prevalentemente agricolo, non sono stati avviati scavi archeologici, ma sono stati ritrovati numerosi frammenti di tegole e di ceramica per uso domestico come: olle, ciotole calici, ecc. A secondo della zona i reperti mostrano appartenenza ad epoche diverse che spaziano da quella arcaica a quella repubblicana, fino a quella imperiale.
Altri elementi giocano però a favore di una ubicazione più vicina a Monterotondo, primo fra tutti la memoria storica ed il fatto che gli abitanti di Monterotondo si chiamino Eretini. Ma soprattutto sono alcune citazioni riportate dagli autori antichi che sostengono tale tesi.
Tutti gli autori: Strabone, Tito Livio, Plinio, Dionigi di Alicarnasso e Valerio Massimo concordano nel collocare Eretum alla confluenza della Via Nomentana con la Via Salaria, più o meno all'altezza del XVIII miglio della Via Salaria. Ricordiamo che un miliuarius romano corrisponde a circa 1.482 metri e quindi 18 miglia corrispondono a 26,6 chilometri, sorprendentemente vicina a Monterotondo. Ma dove passava la via Salaria ? Non è escluso che in vari punti fosse spostata verso le colline, per evitare gli allagamenti durante le ondate di piena del fiume.
Dionigi di Alicarnasso, nelle sue opere cita due volte la distanza di Eretum da Roma, dando però due valori diversi di 140 stadi e 160 stadi. Poiché uno stadio corrisponde a 22 passi ed a circa 185 metri, se fate due conti vedrete che, secondo Dionigi, Eretum distava tra 26 e 30 chilometri da Roma. Questa discordanza lascia qualche dubbio, perché 26 km. corrispondono esattamente a Monterotondo Scalo, mentre 30 km. portano nei pressi delle colline di Casa Cotta.
Le indicazioni fornite da Tito Livio sostengono con una certa precisione la tesi di Monterotondo. Livio colloca la città di Nomentum al XIV miglio della via Nomentana , che proseguendo si sarebbe congiunta, dopo tre miglia, con la via Salaria, presso Eretum. Il centro di Nomentum è stato ben identificato in località Casali di Mentana, in corrispondenza alle indicazioni di Tito Livio, e con ulteriori tre miglia romane (4,4 km.) si arriva esattamente a Monterotondo. Per arrivare alle colline di Casa Cotta bisogna percorrere ben 8 miglia romane.
Ma se la città vicino alla necropoli di Colle del Forno non è Eretum, quale potrebbe essere ? Molto è ancora da chiarire ! Una cosa è però certa: che il territorio adiacente alla piana del Tevere è ancora ricco di tesori archeologici da scoprire.
La Necropoli di Colle del Forno
La scoperta della necropoli di Colle del Forno è avvenuta fortuitamente nel 1970, in occasione dei lavori di scavo per la sede del CNR. Data l'importanza del ritrovamento sono state avviate varie campagne di scavo sotto l'egida dell'Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico, che hanno portato al recupero di importanti reperti archeologici, che hanno consentito di approfondire la conoscenza della cultura dei Sabini della Valle del Tevere.
Dalla necropoli sono emerse numerose tombe, in parte già violate, databili tra il VII secolo a.C. ed il IV-III secolo a.C. Dopo il III secolo a.C. la necropoli cadde in disuso ed il terreno cominciò ad essere utilizzato per l'agricoltura. Numerosi sono gli oggetti trovati a corredo delle tombe, recuperati ed esposti nei musei di Fara Sabina e di Copenhagen. Si sono trovato vasi di terracotta e di bronzo, buccheri, armi in bronzo e ferro, scudi, gioielli, oggetti di abbigliamento, ceramiche etrusche, bronzi etruschi, ecc.
La necropoli ospitava anche il corpo di un re, che si trovava nella più grande tomba a camera trovata in Italia, lunga ben 37 metri. Lo status sociale del defunto è desunto da un trono in terracotta trovato nella tomba. Il trono, alto più di un metro, è stato realizzato su imitazione dei troni etruschi in bronzo. In un'altra camera era situato un carro da guerra, con decorazioni in bronzo e ferro, di cui sono state recuperate tutte le parti in metallo. Due cavalli da tiro erano stati sacrificati e deposti davanti alla porta di questo ambiente sepolcrale.
In un'altra tomba di un re sacerdote è stato ritrovato uno scettro ed un Lituo, che rappresenta, per la sua rarità, uno dei più importanti ritrovamenti della necropoli. Il Lituo, antico strumento sacro, simbolo della regalità e del potere spirituale, era utilizzato per l'arte divinatoria e sopravvive ancora oggi nel Pastorale dei nostri Vescovi. Il Lituo, che in pratica è un semplice bastone ricurvo, appare in numerose monete, ritratti e sculture antiche, ma come reperto archeologico è disponibile in soli due esemplari. Uno, in bronzo, è stato ritrovato nella necropoli della Banditaccia, a Cerveteri, ed ha la sommità avvolta a spirale, spesso così rappresentato nella iconografia del periodo repubblicano. Quello di Colle del Forno è invece in ferro, con la sommità semplicemente ricurva, risalente al precedente periodo arcaico.
Il Lituo era utilizzato dagli Auguri, sacerdoti che attraverso il complesso rituale dell'auspicio erano in grado di interpretare il volere degli dei. Prendendo come riferimento il sole ed i punti cardinali, con il Lituo si tracciava il 'templum', cioè una regione di spazio, in cielo e al suolo, entro cui osservare i segni della volontà divina, espressa tramite il volo degli uccelli. Il rituale dell'auspicio era usato per tracciare il perimetro della città quando venivano creati i nuovi insediamenti e lo troviamo nella leggenda di Romolo e Remo, per la scelta del luogo di fondazione di Roma. Nell'insediamento di nuove città, il templum serviva anche a fissare l'orientamento del cardo e del decumano, ovvero le vie principali, che venivano orientate in base alla direzione del volo degli uccelli. Anche Numa-Pompilio ricorse alla consultazione del volo degli uccelli prima della sua elezione a re.
La necropoli di Colle del Forno era sicuramente adiacente ad un centro abitato importante e si è giunti alla ovvia conclusione che tale centro possa essere quello dell'antica Eretum, caposaldo sabino verso il Lazio, localizzabile nelle adiacenti colline di Casa Cotta. Va però precisato che al momento ancora ci sono dubbi sulla reale ubicazione di Eretum.
I Sabini
Per completare il quadro storico relativo alle popolazioni che in origine abitarono nel territorio di Monterotondo è necessario spendere qualche parola sul popolo dei Sabini. La Sabina fu abitata fin dal periodo Paleolitico come testimoniano i resti di insediamenti umani e di oggetti in selce ritrovati in varie zone. La regione prese il nome dal popolo dei Sabini che la abitavano. Catone ci ha tramandato le loro origini, legate ad un loro dio di nome Sabo, da cui ebbe origine il nome del popolo.
I Sabini, popolo italico di linguaggio osco-umbro, si erano insediati in origine nell'Appennino Abruzzese, fondando la città di Aminternum nei pressi del Gran Sasso, e nella fertile valle del Velino. Da qui scesero più a valle, colonizzando prima la conca reatina, soppiantando le genti di origini greche che la abitavano. La necessità di rifornirsi di sale alle foci del Tevere li spinse presto a spostarsi lungo il corso del fiume, giungendo così a stretto contatto con la i Romani.
Con il tempo si delinearono due regioni sabine ben distinte da differenze culturali. La Sabina Interna con le città di Reate (Rieti), Aminternum e Nursia (Norcia), più povera e caratterizzata da una cultura più arretrata, che entrò in contatto con i Romani solo nel III secolo a.C.. Vi era poi la Sabina Tiberina, più sviluppata perché assorbiva l'influenza dei confinanti Etruschi e Romani, con i centri di Cures, Eretum, Trebula Mutuesca e Forum Novum. La Sabina Tiberina era una regione ricca, sia per i traffici legati al Tevere ed alla via Salaria che per i commerci con i popoli vicini.
Gran parte della storia latina in età arcaica ruotò intorno a Cures Sabini (nei pressi della attuale Passo Corese) e ai miti ed alle leggende che hanno delineato i primi contatti tra Sabini e Romani tra cui ricordiamo il Ratto delle Sabine.
Narra la leggenda che Romolo, per far fronte alla penuria di donne, invitò i Sabini ad una festa, dove i giovani romani rapirono con la forza le donne sabine, mettendo in fuga gli uomini. I Sabini tornarono qualche tempo dopo per vendicarsi, guidati da Tito Tazio, re della tribù dei Curiti (abitanti di Cures), che aveva raccolto forze sabine anche da Nomentum e presumibilmente da Eretum. Prima che iniziasse la battaglia, le donne sabine, che in parte si erano già affezionate ai loro nuovi partner, convinsero le due parti a concludere pacificamente la contesa. Fu così che Romolo e Tito Tazio regnarono in comune sulla città di Roma e Sabini e Romani si fusero in un solo popolo. Dal nome della tribù di Tito Tazio, quella dei Curiti, derivò poi l'appellativo di Quiriti assegnato ai cittadini romani.
I punti di contatto tra Romani e Sabini erano molti, ne ricordiamo alcuni:
Ciò non impedì che le popolazioni della Sabina fossero spesso in guerra con Roma. Le ostilità iniziarono ai tempi di Tullo Ostilio e continuarono sotto Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo. La prima grande guerra fra i Romani e i Sabini fu combattuta qualche secolo dopo la fondazione di Roma e precisamente nell'anno 290 a.C. I Romani, guidati dal console M.C. Dentato, vinsero definitivamente, facendo numerosi prigionieri e sottoposero al dominio di Roma le città sabine.